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Padre Prosperino Gallipoli![]() Il gigante buono Rocco Luigi Gallipoli, per tutti Padre Prosperino, ha lasciato un vuoto incolmabile tra quanti lo hanno conosciuto e amato e tra le decine di migliaia di persone che da lui hanno imparato che è possibile uscire dalla miseria grazie al lavoro organizzato, anche in un paese tra i più poveri del mondo come il Mozambico. Nato a Montescaglioso (MT) il 7.10.1932 viene ordinato sacerdote il 2.3.1957 e il 30.11.1958 parte nella missione della Zambesia. Qui iniziò la lotta contro la miseria di quel popolo che ha perpretrato per tutta la sua vita: “Sono qui, raccontava, per due tipi di attività, l’apostolato e la promozione umana. Poi col tempo ho rovesciato l’approccio: è la promozione umana, la dignità, la coscienza di se stessi che portano all’apostolato e non il contrario”. Su questo assunto ha fondato tutta la sua instancabile opera, dedicando tutte le sue energie. Sulle rive dello Zambesi incominciò a creare le prime cooperative, affrontando difficoltà di ogni genere, ostacoli ambientali, sociali e politici. Nel ‘79, quando già il Mozambico era indipendente e sconvolto dalla lotta civile, l’impegno gli costò l’espulsione dal Paese perché qualcuno temeva che svegliasse troppo le coscienze della gente. Riammesso in Mozambico, si fermò a Maputo, dove cominciò a raccogliere intorno a sé la categoria più debole della società, le donne, organizzandole in cooperative. “All’inizio -raccontava- solo loro mi diedero retta, e quando le cose cominciarono ad andare bene, arrivò qualche uomo. Erano le donne ad essere leader in base alle decisioni assembleari, ma gli uomini non volevano essere comandati dalle donne e così se ne andavano”. Sono 6.500 le donne organizzate in 227 cooperative disclocate nelle Zone Verdi della fascia suburbana della capitale, un tempo emblema della povertà e dell’emarginazione. Esse danno vita ad attività diversificate in campo agricolo, artigianale e, soprattutto, dell’allevamento dei polli basato sul ciclo completo dalla nascita alla commercializzazione del prodotto vivo e macellato. Per permettere alle donne di andare a lavorare, nascono asili nido, per la formazione di tecnici scuole di livello elementare, medio e superiore, per gli adulti scuole di alfabetizzazione, perché il fare nasce anche dalla cultura. Il suo sogno nel cassetto era la facoltà di agraria. Pian piano anche il lavoro cooperativo si trasforma. L’UGC, Unione Generale delle Cooperative, constatando un calo nell’interesse al lavoro, decide di parcelizzare la terra in appezzamenti famigliari in modo da incentivare il reddito ed aumentare la produzione avvalendosi sempre dell’aiuto logistico, tecnico e gestionale della cooperativa. Nemmeno la distruzione dell’alluvione del 2000, che causò danni per un milione di dollari, riuscì ad abbattere Padre Prosperino: per la prima volta lo sentimmo piangere e chiedere aiuto. Con la caparbietà tipica dei lucani, seppe rinascere dalle sue ceneri. Fu proprio allora che ritrovò il sostegno dei confratelli Cappuccini della Provincia di Puglia e della sua terra d’origine, la Regione Basilicata, che gli inviarono un cospicuo sostegno economico e gli fecero sentire, cosa ancora più importante, il loro affetto. La sua parola magica era coscientizzazione: “...bisogna trasformare la mentalità, diceva, da passiva in attiva, economica, dinamica; l’africano deve diventare produttore e risparmiatore, deve acquisire una vera “leaderanza” che storicamente gli fa difetto, altrimenti non si salverà”. L’UGC diventa anche una banca per i suoi adepti e si apre al micro credito. Un giorno una giovane vedova con numerosi figli, va da Padre Prosperino e gli chiede un prestito per metter su una bancarella di ortaggi. Ottenuto il credito di circa 150 euro, lei comincia la sua piccola attività proprio sul marciapiede antistante la sede dell’UGC; in breve risana il debito; l’esempio è incoraggiante per ripetere il finanziamento a quanti dimostrano di avere un piccolo progetto e voglia di lavorare. Per volontà di Padre Prosperino, l’UGC si è dotata di centri sanitari, di un laboratorio di analisi e di una farmacia perché la gente della periferia non riusciva materialmente a raggiungere l’ospedale centrale di Maputo. Solo nell’anno 2000 sono state curate 40.000 persone. Accettando l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana che il Presidente Ciampi gli ha conferito il 16 luglio 2003, rivolto alle migliaia di donne che lo festeggiavano, Padre Prosperino ebbe a dire: “Questo riconoscimento non è per me ma per voi e per il vostro lavoro!”. Semplice, volitivo, concreto, si circondava dell’essenziale; seguendo l’esempio di San Francesco, viveva da povero e amava i poveri, facendo di tutto perché uscissero dalla miseria attraverso la dignità del lavoro. A volte usava modi burberi sotto i quali nascondeva il suo cuore generoso di padre, pretendeva dagli altri ciò che chiedeva a se stesso, il massimo impegno. Mai nessuno andava via da lui senza aver ottenuto ascolto, consiglio e aiuto. Per questa sue coerenza la gente lo amava. Dietro la sua grande scrivania dove lavorava più di 10 ore al giorno, tutti potevano leggere una una scritta su una grande lavagna bianca: “Somos o que fazemos. Nos dias em que fazemos, vivemos verdadeiramente! Quando nao fazemos, apenas duramos! e cioè: “Siamo quello che facciamo. Nei giorni in cui operiamo, viviamo veramente! Quando non operiamo, sopravviviamo appena!”. Questo è il messaggio che Padre Prosperino ci ha lasciato. A noi prenderne il testimone. (Tratto da Missionari Nostri - Antonietta Sgobba) |
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